A Palazzo Grassi, dal 29 marzo 2026 al 10 gennaio 2027, Pinault Collection dedica un’importante mostra a Michael Armitage, una delle voci più singolari e riconosciute della pittura contemporanea. Oscillando tra figurazione e astrazione, racconto documentario e visioni oniriche, le opere di Armitage intrecciano ricordi personali, riferimenti culturali e immaginari simbolici, dando vita a dipinti lirici che interrogano le nozioni di identità, memoria, spiritualità e le tensioni sociopolitiche del mondo attuale.L’artista keniota-britannico Michael Armitage, nato nel 1984 in Kenya, presenta a Palazzo Grassi un nucleo di oltre centocinquanta opere tra lavori storici e nuove produzioni che rivelano il suo linguaggio pittorico, ricco e sensibile. Le opere mettono in scena figure e composizioni complesse con una notevole intensità cromatica, unendo diversi canoni estetici, mentre la scelta dei soggetti e le allusioni interpretative condividono la stessa forza espressiva. L’artista affronta senza esitazioni temi violenti e difficili, ritenendo che l’arte non possa ignorare la realtà ma debba al contrario impadronirsene: le conseguenze delle guerre, la corruzione e l’instabilità nelle regioni equatoriali, la crisi migratoria, il peso dello sguardo altrui e gli abusi di potere costituiscono lo sfondo di alcune sue opere particolarmente toccanti.Dividendo la propria vita tra Kenya e Indonesia, Armitage trae ispirazione da una molteplicità di fonti: fatti storici e attualità contemporanea, manifestazioni politiche, letteratura, cinema, rituali locali, architetture coloniali e moderne, fauna e flora, oltre alla storia globale dell’arte. Al centro della sua iconografia si trova l’Africa orientale, e il Kenya in particolare, che l’artista esplora con una sensibilità al tempo stesso critica e satirica, unita a una profonda dimensione visionaria. Se alcune scene sono precisamente collocate nello spazio e nel tempo, come quelle legate alle elezioni keniote del 2017 o al periodo del confinamento 2020–2021, altre restano volutamente elusive e universali, conducendo lo spettatore verso territori percettivi fluttuanti.La mostra esplora progressivamente questi paesaggi abitati, propizi all’apparizione di visioni. Le scene di Armitage si addensano o si offuscano, lasciando spazio all’interpretazione personale. Di fronte a un suo dipinto, lo sguardo esita: coesistono più racconti e più linee d’orizzonte, gli spazi reali e quelli immaginari si intrecciano, i punti di vista si sovrappongono. Trattate tra violenza e dolcezza, le composizioni, sfolgoranti nonostante l’asprezza dei temi, danno forma a paesaggi abitati e talvolta allucinati.Tra i motivi ricorrenti compaiono personaggi reali e immaginari, provenienti dalla letteratura africana contemporanea e dalla mitologia greca, che incarnano stati interiori e condizioni collettive. In altre opere sono protagonisti individui anonimi, come nella serie dedicata alla migrazione, che racconta il viaggio pericoloso dei migranti attraverso l’Africa, la traversata marittima verso l’Europa e la disillusione di chi riesce a raggiungerla. Le influenze spaziano dal cinema di Sembène Ousmane alla letteratura di Ngũgĩ wa Thiong’o, fino alla pittura di Francisco de Goya, Diego Velázquez e di artisti modernisti africani come Jak Katarikawe e Peter Mulindwa. Armitage condensa queste suggestioni in una sintesi originale, dando vita a un vocabolario pittorico contemporaneo del tutto personale.Le opere sono dipinte a olio su un tessuto ricavato dalla corteccia di alberi secondo tradizioni ugandesi e indonesiane, liberandosi dalla tela occidentale convenzionale. Le irregolarità naturali del materiale influenzano direttamente le composizioni visive, mentre il processo di stratificazione, raschiatura e nuova applicazione del colore genera immagini evocative e complesse. Una vasta sala della mostra è dedicata al disegno, rivelando l’attenzione dell’artista per il dettaglio, la composizione e gli studi preparatori. La mostra è curata da Jean-Marie Gallais.
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